Per la nuova collezione SS27 Jonny Johansson fa dialogare il denim con la pittura rinascimentale, su un set plasmato dai tappeti dell’artista Faig Ahmed.

Immaginate di entrare in una sala dove i tappeti, gli stessi che per secoli hanno custodito storie di famiglia e intere genealogie, iniziano lentamente a colare verso il pavimento come cera al sole. Poi, al posto di dame e cortigiani, compaiono jeans attraversati da frammenti di dipinti antichi, giacche dai bordi bruciati e capri in pelle color burro. È la scena che Jonny Johansson ha immaginato per la nuova collezione donna di Acne Studios, un esperimento che porta il capo che tutti abbiamo nell’armadio davanti allo specchio della storia del costume.

Per capire questa sfilata conviene partire dallo spazio. I tappeti che danno forma al set portano la firma di Faig Ahmed, artista nato a Sumqayit nel 1982 e oggi di base a Baku, che da anni guarda al tappeto tradizionale azero come a un sistema di informazioni, un codice da deformare, ampliare e riscrivere fino a trasformarlo in scultura, installazione, video e suono. Il suo lavoro ha rappresentato l’Azerbaigian alla Biennale di Venezia ed è passato per il MACRO di Roma, Istanbul Modern e il Princeton University Art Museum. Da Acne Studios quelle trame diventano vere e proprie pareti morbide, un’architettura tessile in cui la decorazione si sfalda insieme ai ricordi che conteneva. Lo show si apre con un crescendo di voci concitate e lo spettatore capisce subito di trovarsi in un luogo sospeso, a metà tra una dimora storica e un sogno.

Dentro questa stanza della memoria Johansson mette in scena la tensione che da sempre lo affascina, quella tra elementi che appartengono a mondi lontani. I codici dell’abito di corte perdono la loro rigidità e diventano vissuti, quasi consumati. Un top in taffetà tecnico incontra una minigonna attorcigliata nei toni del pervinca, una grande gonna in broccato sbiadito si accompagna a una semplice polo in maglia, un morning coat porta i segni del fuoco e i calzoni alla zuava si trasformano in capri di pelle giallo burro.

Il denim diventa così una tela da lavorare come un restauratore al contrario. Accoglie lembi strappati di pittura rinascimentale, si ricopre di fiori laccati o di decori sbiaditi che ricordano la porcellana dipinta, mentre gli antichi maestri riaffiorano nelle silhouette arricciate a nido d’ape e nei colletti alti. La sartoria segue lo stesso ritmo, con un trench scintillante che sfiora il pavimento accanto a una redingote nera dal taglio rigoroso.

Anche gli accessori sembrano usciti da una galleria museale osservata con la lente d’ingrandimento. La borsa Camero si chiude con una fibbia che richiama la cornice di un quadro, spille e gioielli ingrandiscono dettagli di ritratti storici come se li guardassimo in un piccolo specchio, le scarpe in raso poggiano su tacchi a forma di goccia e gli stivali western si allungano con inserti patchwork effetto serpente.

A tenere insieme tutto è la colonna sonora, cinematografica e selvaggia, con Prince Charming di Adam and the Ants, manifesto della sfrontatezza dei New Romantics. È forse la chiave più sincera per leggere la collezione: la storia trattata come materiale da cantiere, da smontare e ricomporre con libertà. E resta aperta una domanda che vale la pena portarsi dietro anche dopo la sfilata: quanta memoria può contenere un paio di jeans?


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