
«Voglio creare una fondazione nella mia casa nel Marais per ospitare le mie collezioni di storia della moda, arte e design, oltre ai miei archivi.»
Il desiderio di Azzedine Alaïa non era un progetto di conservazione, ma un atto d’amore. Per la moda, certo. Ma anche per l’arte, l’architettura, la musica, il teatro. Per oltre cinquant’anni Alaïa è stato un collezionista instancabile, un esploratore del bello in tutte le sue forme, guidato da una curiosità vorace e da un gusto infallibile.
Nel 1987 acquista un insieme di edifici nel cuore del Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy. Spazi ampi, comunicanti, stratificati di storia. Al numero 18 di rue de la Verrerie, sotto un imponente tetto in vetro e ferro battuto, un’ex officina ottocentesca — poi magazzino del Bazar de l’Hôtel de Ville — diventa la sua nuova casa. I lavori di ristrutturazione, durati oltre cinque anni, riportano alla luce affreschi monumentali: mappe geografiche dipinte a mano sull’intonaco, memoria di un ristorante sociale voluto da François-Xavier Ruel per offrire pasti accessibili alle famiglie meno abbienti. Alaïa non cancella il passato: lo accoglie, lo integra, lo trasforma.
Nel 1990 lascia l’Hôtel Particulier di rue du Parc Royal e si trasferisce definitivamente in questo nuovo universo creativo. Qui convivono appartamento privato, studio, atelier, boutique al numero 7 di rue de Moussy e la celebre cucina, vero epicentro della vita sociale di casa Alaïa. Attorno a un grande tavolo si incontrano artisti, architetti, scrittori, modelle. Le idee circolano libere, come il cibo e le conversazioni.

Proprio al 7 di rue de Moussy un tempo sorgeva l’Hôtel des Évêques de Beauvais, dove fu educata Jeanne Antoinette Poisson, futura Madame de Pompadour. Figura che Alaïa ha sempre ammirato: donna di umili origini, colta, determinata, capace di influenzare il gusto e le arti del suo tempo. A lei si ispira la collezione Estate 1992, una delle più emblematiche, nata in questi spazi e intrisa di riferimenti alla corte di Versailles.
Nel 2007, insieme a Christoph von Weyhe e a Carla Sozzani, fonda l’Associazione Azzedine Alaïa, oggi Fondation Azzedine Alaïa. La sede è qui, nel suo indirizzo di sempre: un complesso architettonico disposto attorno a un cortile interno punteggiato di piante. In fondo, la grande galleria con soffitto in vetro; al primo piano, un secondo spazio espositivo. Una libreria specializzata e una caffetteria completano l’insieme.
Le sue sfilate, fuori dai calendari ufficiali, si tengono proprio nella grande sala vetrata. E nello stesso spazio organizza mostre dedicate agli artisti che ama: da Paul Poiret a Elsa Schiaparelli, da Ettore Sottsass a Jean Nouvel. La moda dialoga con il design, la letteratura con l’architettura, in un continuo rimando di visioni.
Al primo piano, tra il camerino prove e l’appartamento privato, si trova lo studio. È rimasto esattamente com’era: l’ultimo abito ancora sul manichino, scaffali colmi, rotoli di tessuto, scatole, tele incompiute, cataloghi d’asta. Sulla parete, le fotografie degli amici più cari e quella di Oum Kalthoum. Un caos poetico, una foresta creativa dove le idee prendevano forma fino a notte fonda.

Quando l’ultimo ospite lasciava la cucina, Alaïa saliva al piano di sopra e si sedeva al suo tavolo da lavoro. In quel silenzio ritrovato, tra memoria e visione, continuava a costruire le sue architetture senza tempo. La fondazione, oggi, non è solo un luogo che custodisce il suo patrimonio: è la materializzazione di un modo di vivere la creatività, totale, generoso, profondamente umano.




