
Dal 14 maggio al 4 ottobre 2026, Triennale Milano ospita Temporary Rooms, la mostra personale dell’artista milanese curata da Damiano Gullì. Il progetto nasce in dialogo diretto con l’Impluvium, lo spazio centrale dell’istituzione, e lo reinventa come un cantiere domestico in continuo divenire: pareti di orsogrill, quelle griglie metalliche che delimitano i lavori in corso nelle strade della città, definiscono i confini di un’abitazione temporanea, porosa, mai definitiva.
L’idea portante della mostra è quella di una casa che si costruisce davanti ai nostri occhi, stanza dopo stanza, nel corso dei mesi. Non si tratta di una semplice scenografia fissa: gli ambienti vengono letteralmente smontati e rimontati secondo un calendario preciso. Il bagno apre con la mostra a maggio; il salotto prende forma a giugno; la camera da letto arriva a luglio; la cucina chiude il ciclo a settembre. Chi visita la mostra più volte non trova mai la stessa cosa e questo è esattamente il punto.

Stucchi lavora da anni all’intersezione tra arte, design e scenografia. La sua pratica si muove attraverso gesti minimi — sottrarre, spostare, svuotare — capaci di generare una tensione sottile tra ciò che si vede e ciò che manca. Gli oggetti che abitano i suoi spazi perdono la loro funzione originaria per acquisirne una nuova: diventano segni, portatori di desiderio, innesco per domande che riguardano il modo in cui abitiamo, consumiamo e immaginiamo la vita domestica.
Temporary Rooms parla di Milano, ma in modo obliquo. L’affitto che sale, l’intimità che si riduce, la casa come bene sempre più irraggiungibile: questi temi attraversano il progetto senza mai diventare manifesto. Stucchi preferisce la metafora alla denuncia, la poetica alla retorica. Il risultato è uno spazio che si lascia attraversare con la stessa sensazione ambigua di chi visita casa di qualcun altro: familiarità e straniamento, riconoscimento e distanza.



