Il flagship al 767 di Fifth Avenue firma vent’anni di collaborazione con Gilles & Boissier in uno spazio che dialoga tra montagna e metropoli.

Ci sono spazi che raccontano prima ancora di mostrare qualcosa. Il flagship Moncler al 767 di Fifth Avenue, all’interno del General Motors Building a pochi passi da Central Park, è uno di questi. Non si tratta solo di un negozio di grandi dimensioni, quasi 2.200 metri quadrati distribuiti su due livelli: si tratta di un progetto architettonico che porta il peso di settant’anni di storia del brand e lo trasforma in linguaggio spaziale contemporaneo.

La firma è quella dello studio parigino Gilles & Boissier, con cui Moncler collabora da oltre vent’anni. Un sodalizio che qui trova la sua forma più compiuta: lo spazio è stato concepito come manifesto dell’identità del brand, un luogo in cui l’eredità alpina si confronta con la verticalità di New York senza cedere a nessuna delle due. Entrando, i soffitti si innalzano per oltre otto metri. La scelta non è ornamentale: è una dichiarazione di intenzione, un modo per citare insieme le vette delle Alpi e i profili verticali che definiscono la skyline della città.

Il pavimento a scacchiera, che alterna superfici lucidate e grezze, lavora sulla stessa logica. Non è un elemento decorativo neutro, è un rimando alla bellezza del paesaggio naturale, alla convivenza tra ciò che l’uomo leviga e ciò che la materia conserva. Le colonne monumentali scandiscono lo spazio senza chiuderlo, mentre una “curiosity cabin” indipendente introduce una dimensione più intima all’interno di un volume che tende verso il grande.

La facciata in vetro, rivestita in granito Saint Williams e attraversata da strisce LED integrate, costruisce una firma visiva che si trasforma con la luce. Di giorno è pietra, materica e radicata. Di notte si avvicina all’intensità luminosa di Times Square, che dista pochi isolati. È un gesto architettonico capace di tenere insieme due anime della città, quella minerale e quella elettrica, senza che l’una prevalga sull’altra.

All’interno, le vetrine in vetro testurizzato si innalzano come cascate congelate, un riferimento al paesaggio alpino che Moncler porta con sé ovunque. Non si tratta di una citazione letterale ma di una traduzione: la montagna non appare come decorazione, appare come struttura portante dell’esperienza spaziale. Il secondo piano è interamente dedicato a Moncler Grenoble, la linea ad alte prestazioni del brand, e collocarla in alto non è una scelta casuale: salire è già un gesto che appartiene all’immaginario alpino.

Il progetto integra anche una selezione di opere d’arte. Una scultura in pietra di Ugo Rondinone connette verticalmente i due livelli, amplificando la percezione di scala e altezza. Le opere di Jean-Guillaume Mathiaut, Paul Bik e Arno Declercq attraversano generazioni e continenti, inserendo lo spazio in una conversazione culturale più ampia. La boutique diventa così qualcosa di più vicino a un presidio culturale che a un punto vendita.

Remo Ruffini ha descritto il progetto come “un luogo plasmato dalle idee, dalla cultura e dallo spirito della città, restando fedele al DNA del brand.” Una formula che in questo caso trova risposta concreta nell’architettura: ogni materiale, ogni proporzione e ogni scelta di scala lavora per sostenere quella promessa, non solo per illustrarla.


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