Una nuova collezione può trasformarsi in una capsula del tempo involontaria: rivelando frammenti di cultura, società e spirito del tempo. Eppure, come ogni progetto visionario, la collezione Primavera-Estate 2026 di Acne Studios è anche una proiezione nel futuro — un’architettura dell’identità che prende forma solo una volta indossata. Sotto le volte gotiche del Collège des Bernardins di Parigi, Jonny Johansson ha orchestrato una sfilata che è al tempo stesso installazione e performance. Un antico spazio monastico trasformato in salotto fumoir: moquette color tabacco, boiserie lucida, luci soffuse e la sensualità rarefatta di un interno carico di memoria. Qui, figure femminili dalla postura disinvolta e dall’energia androgina si muovono tra sartoria e fragilità, reinterpretando gli archetipi del maschile e del femminile.

Materia, identità, trasformazione

La collezione SS26 esplora il confine tra rigore e vulnerabilità. Le giacche da completo diventano sculture leggere; il pizzo couture si ricompone in patchwork dalle forme organiche, seconde pelli che celebrano e interrogano l’artigianato. Una camicia a quadri si infila in una sottoveste impalpabile, mentre popeline lavati e denim stratificati raccontano una poetica del vissuto, dove il disordine diventa stile.

«Ho sempre pensato che la creatività sia la capacità di vedere il mondo in un modo che non ti rendevi conto fosse possibile», afferma Johansson. Questa visione attraversa l’intera collezione: una riflessione sull’identità come spazio mobile, mai fisso, dove il corpo è architettura in trasformazione.

Tessuti come interni

Ogni capo diventa un microspazio abitato: pelle e camoscio cerati come superfici segnate dal tempo; maglie traforate e maglioni a griglia come trame architettoniche; denim riassemblati e stratificati fino a ottenere texture che sembrano pareti vissute. Johansson mescola l’estremo con il quotidiano, costruendo un linguaggio in cui il lusso si misura nella capacità di rivelare la traccia dell’uso.

Oggetti come architetture portatili

Gli accessori, come sempre in Acne Studios, non sono semplici ornamenti ma prolungamenti del corpo: occhiali avvolgenti, cinture scultoree, orecchini in ambra, turchese e salvia. Le nuove versioni delle borse Camero e Hotel si comportano come oggetti di design funzionale — microarchitetture modulari che raccontano l’idea di viaggio e appartenenza. Le scarpe, invece, traducono l’attitudine in gesto spaziale: mocassini squadrati, décolleté con punta rialzata, stivali texani oversize che riscrivono il concetto di proporzione.

Pacifico Silano: la memoria come spazio visivo

Al centro della scenografia della sfilata si trovano le opere di Pacifico Silano, artista statunitense nato a Brooklyn, oggi attivo a New York, dove ha conseguito un MFA alla School of Visual Arts nel 2012. Silano esplora la cultura dell’immagine e le questioni legate all’identità LGBTQ+, lavorando interamente con frammenti rielaborati di riviste pornografiche gay degli anni ’70 e ’80 — un’epoca sospesa tra la liberazione sessuale e l’inizio della crisi dell’HIV/AIDS. La sua relazione con questo materiale d’archivio nasce anche da un contesto personale: da adolescente, i suoi genitori gestivano un negozio di articoli per adulti chiamato Undercover Pleasures.

Attraverso il gesto del rifotografare e ricomporre, Silano crea installazioni seducenti che dialogano con la materialità delle pubblicazioni originali — le graffette dei centrefold, le pieghe, i fogli lacerati, le tonalità sbiadite dal tempo. Nelle sue opere convivono contrasti sottili: tra durezza e dolcezza, tra gioia e malinconia, tra la liberazione delle comunità queer e la loro continua adesione a modelli sociali più ampi. Questa dialettica, tradotta nello spazio scenico della sfilata, diventa un paesaggio emotivodove il corpo si fa superficie di memoria e desiderio.

Le opere di Silano sono esposte in istituzioni come il MoMA di New York, il Bronx Museum, il Museo Universitario del Chopo a Città del Messico, il The Andy Warhol Museum, il Museum of Sex e il Centre Philharmonique de Paris. È stato vincitore della Aaron Siskind Foundation Fellowship, della NYFA Fellowship in Photography e finalista del Aperture Foundation Portfolio Prize. Il suo libro d’esordio, I Wish I Never Saw the Sunshine, è stato finalista al Paris Photo/Aperture First Book Award.

Suono e spazio

La sfilata si completa con la colonna sonora esclusiva di Robyn, che per l’occasione ha registrato una nuova versione di Robotboy (2005) con Yung Lean. Le sonorità alternano momenti di fragilità a esplosioni di energia, accompagnando le protagoniste in una narrazione emotiva che attraversa il desiderio, la libertà e la trasformazione.

«C’è stato un dialogo inaspettato tra la musica e gli abiti che non avevo previsto», racconta Robyn.

«Entrambi mettevano in discussione e al tempo stesso celebravano l’idea tipica di femminilità.»

Un manifesto del futuro

Acne Studios SS26 non è solo una collezione, ma un progetto di architettura sensoriale. La moda diventa spazio, la materia diventa identità, l’intimità diventa linguaggio visivo. Johansson, con la sua poetica nordica, ci ricorda che la creatività non è un gesto estetico ma una forma di conoscenza — la capacità di immaginare un mondo diverso.

E in questo mondo, costruito tra Parigi e Stoccolma, tra pizzo e cemento, tra architettura e pelle, le protagoniste di Acne Studios non chiedono di essere guardate: abitano il proprio spazio, e da lì, guardano indietro a noi.

Testo: Federica Pedone

Foto: Acne Studios


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