
Dentro la casa di Giorgio Armani a Milano prende forma l’ultima collezione disegnata dallo stilista.
La campagna primavera/estate 2026, scattata da Oliver Hadlee Pearch, viene ambientata per la prima volta nell’abitazione di Via Borgonuovo: una scelta che sposta il baricentro dal semplice racconto moda alla costruzione spaziale che ne ha sempre sostenuto il linguaggio.
Non si tratta di un gesto celebrativo, né di un’operazione nostalgica. Questo interno privato, oggi abitato da Leo Dell’Orco e collocato nello stesso palazzo che ospita le sfilate del marchio, viene attivato come strumento di continuità: un ritorno alle origini inteso come prosecuzione strutturale di un percorso creativo che attraversa decenni senza perdere coerenza.
La casa come progetto

Il centro domestico di Armani occupa un edificio seicentesco scelto nei primi anni Ottanta. Non un salotto di rappresentanza, ma un sistema abitativo costruito sulla disciplina della luce, su contrasti misurati tra bianco e nero e su una stratificazione temporale che attraversa gli anni Trenta e Quaranta. Nel tempo, anche con il contributo di Peter Marino, lo stilista ha lavorato sulla materialità degli ambienti e su una regia sobria: tre livelli, grandi superfici, una gestione silenziosa delle proporzioni che rivela molto della sua idea di eleganza.
Questa architettura non funziona come fondale, ma come matrice. Video e fotografie attraversano stanze, giardino, opere d’arte, oggetti personali e pezzi di design componendo una sequenza spaziale che guida la lettura dell’intera campagna.

Vittoria Ceretti, Clément Chabernaud e il dialogo con lo spazio
Vittoria Ceretti, che torna a posare per Armani, e Clément Chabernaud sono ritratti all’interno di questo sistema domestico, insieme a Aboubakar Conte, Zhaoyi Fan e Greta Hofer per l’eyewear. Il movimento dei corpi segue quello degli ambienti: soglie, corridoi, aperture verdi, superfici continue.

I modelli indossano completi strutturati, abiti dalle linee morbide, pullover e camicie che accompagnano il corpo con scioltezza. Tutto appare naturale, privo di artificio, come se i capi fossero calibrati sulle stesse regole che organizzano lo spazio. È qui che emerge il punto centrale dell’operazione: la moda non cerca contrasto, ma adesione. Le proporzioni degli interni trovano un’eco nelle costruzioni sartoriali; la sobrietà architettonica diventa metodo compositivo.
Un’eredità che passa dagli interni

Ambientare l’ultima campagna in questa casa significa rendere leggibile l’eredità di Giorgio Armani attraverso un dispositivo architettonico. Non un interno musealizzato, ma uno spazio vissuto, attraversato da presenze contemporanee, capace di rendere tangibile una continuità progettuale che non ha mai separato abito e ambiente.
In un sistema moda sempre più orientato alla spettacolarizzazione, Armani sceglie un gesto diverso: riportare il racconto nel luogo che ha generato la sua grammatica visiva. Qui l’architettura non amplifica il prodotto, lo spiega. E l’ultima collezione trova nella casa di Via Borgonuovo non un palcoscenico, ma una struttura critica da cui farsi leggere.




