
Alla Paris Fashion Week, la sfilata Dior Spring/Summer 2026 segna una svolta netta nel linguaggio scenico della maison.
Non un’esplosione di forme o un allestimento monumentale, ma un dispositivo spaziale concettuale, firmato dal regista Luca Guadagnino insieme all’architetto Stefano Baisi, capace di restituire alla passerella il valore di spazio cinematografico e mentale.
Un set che nasce dal cinema
La scelta di affidare la progettazione del set a Guadagnino e Baisi — già collaboratori su numerosi progetti di interior e architettura narrativa — conferma il desiderio di Dior di unire linguaggi. Il set si presenta come un interno sospeso tra museo e teatro: pareti color crema, luce morbida e direzionale, volumi essenziali che richiamano il minimalismo razionale degli anni ’50. Nulla è decorativo, tutto è calibrato: la scenografia è una sceneggiatura visiva, un sistema di ritmo e di respiro. Prima dell’inizio della sfilata, sullo schermo principale del fondale, Dior ha presentato un film appositamente commissionato ad Adam Curtis, autore britannico noto per i suoi documentari-saggio sulla percezione e sul potere delle immagini. Il cortometraggio, realizzato in esclusiva per la maison, intrecciava archivi, frammenti storici e narrazione astratta, fungendo da prologo concettuale alla collezione. Solo dopo l’ultima dissolvenza in nero le modelle hanno fatto il loro ingresso: il set, illuminato come una sala cinematografica, si è trasformato da schermo in spazio vivo.

Un’estetica della sottrazione
Se Chanel ha costruito un cosmo spettacolare, Dior risponde con una costruzione mentale: un ambiente che evoca il silenzio dei musei e la solennità dei laboratori artistici. Le linee sono pure, gli spigoli netti, le proporzioni studiate per amplificare il passo delle modelle e la leggerezza dei tessuti. La luce, pensata da Guadagnino come elemento drammaturgico, non illumina gli abiti ma li attraversa, creando ombre mobili, tagli precisi, momenti di sospensione. La scelta di lavorare sull’assenza e non sulla saturazione visiva è profondamente cinematografica: come in Call Me by Your Name o Io Capitano, Guadagnino usa la luce come emozione più che come effetto. Il risultato è un minimalismo poetico, un’esperienza visiva che invita lo spettatore a guardare più lentamente, a sostare, a ricordare.

Jonathan Anderson e la nuova grammatica Dior
Per Jonathan Anderson, al suo debutto donna per la maison, la collaborazione con Guadagnino è un manifesto estetico. Nessun eccesso, nessuna scenografia “instagrammabile”: solo dialogo tra moda e spazio. Anderson ha dichiarato di voler “spogliare la passerella di ogni rumore”, e la scenografia lo asseconda: lo spazio diventa pagina bianca, tela neutra su cui i volumi possono respirare. Il film di Adam Curtis — con la sua struttura di collage storico e voce narrante frammentata — funge da prefazione intellettuale: un modo per invitare il pubblico a leggere la collezione non solo come moda, ma come discorso culturale sulla percezione del tempo e della memoria.
Tra architettura e pensiero
Dal punto di vista del design, il lavoro di Guadagnino e Baisi è un piccolo saggio sull’architettura effimera:
• proporzioni geometriche precise (moduli di 1,2 metri che scandiscono le pareti),
• luce neutra con variazioni calde per i finali,
• materiali naturali (intonaci pigmentati, legno chiaro, pavimento in resina satinata),
• un uso calibrato del vuoto per costruire ritmo e respiro.
Tutto concorre a creare una drammaturgia silenziosa, dove ogni gesto è amplificato dal silenzio architettonico che lo circonda.

Un successo di misura e sobrietà
La stampa internazionale ha salutato lo show come una delle operazioni sceniche più raffinate della settimana della moda. Dove altri hanno puntato sulla spettacolarità, Dior ha scelto l’intelligenza dello spazio, confermando che la forza dell’immaginazione può abitare anche la sobrietà. La collaborazione tra Jonathan Anderson, Luca Guadagnino, Stefano Baisi e Adam Curtis segna un raro incontro tra discipline — moda, cinema, architettura e filosofia visiva — in cui ogni elemento serve la stessa idea: la bellezza come pura semplicità capace di raccontare emozioni e storie senza bisogno di eccessi visivi.

Foto: Adrien Dirand





