C’è un momento, nella sfilata di Chanel al Grand Palais, in cui il pubblico smette di percepire il luogo che lo ospita.

La grande navata di ferro e vetro, tempio parigino delle esposizioni universali, scompare letteralmente sotto una costellazione di sfere sospese, luci mobili e riflessi liquidi.

È in quell’istante che la moda diventa architettura, e l’architettura — sceneggiatura.

Un planetario costruito per la rinascita

Con il suo debutto alla direzione artistica di Chanel, Matthieu Blazy ha voluto dichiarare una cesura netta: niente set realistici, niente ricostruzioni spettacolari, ma un universo astratto e concettuale, in cui forma, luce e spazio diventano i veri protagonisti.

Il Grand Palais — una location che Chanel ha utilizzato svariate volte negli ultimi decenni, trasformandolo in spiaggia, giardino, stazione ferroviaria e persino base spaziale — si presenta ora come un vuoto siderale, ridisegnato da un sistema di pianeti fluttuanti di varia grandezza (da uno centrale di circa 15 metri a piccole sfere satelliti).

Ogni globo è un’opera a sé: rivestito di texture irregolari, strati di colore e riflessi cangianti che evocano geologie immaginarie, superfici marziane o venature lunari.

Sospesi a diverse altezze, i pianeti disegnano un paesaggio tridimensionale che dissolve la linearità della passerella.

Luce, materia e ritmo

Il pavimento, nero lucido come olio, riflette il cielo artificiale e moltiplica i pianeti in un effetto di profondità vertiginosa.

Le luci — tagliate, mobili, pulsanti — creano una vera regia cinematografica: bagliori intensi alternati a ombre diffuse, accensioni improvvise che seguono il ritmo della musica elettronica.

Il risultato è un ambiente immersivo e mutevole, un ecosistema visivo che cambia a ogni passaggio di modello.

Ogni abito dialoga con una luce diversa: il tweed cattura bagliori stellari, le perle riflettono i globi sospesi, le piume sembrano muoversi in assenza di gravità.

Non è una scenografia che accompagna la moda — è la moda stessa che diventa parte della scenografia.

“Volevo qualcosa di universale, come un sogno”

In un’intervista concessa a Wallpaper, Matthieu Blazy ha spiegato la genesi di questa visione:

“Volevo fare qualcosa di universale, come un sogno, qualcosa fuori dal tempo.”

E ancora, con tono deciso, ha aggiunto:

“Potevamo fare uno show pulito, per codici e proporzioni, oppure trattarlo come se fosse l’ultimo. Ho scelto la seconda opzione.”

La dichiarazione chiarisce il senso profondo del progetto: un’architettura dell’emozione, costruita non per illustrare un tema ma per evocare una sensazione — la vastità, l’origine, l’infinito.

La sceneggiatura: tre atti per un cosmo

Blazy ha orchestrato la sfilata come una narrazione in tre atti, degna di una performance teatrale:

1. L’Origine – Un buio totale, un battito sonoro, poi la prima luce che rivela un pianeta rosso. Le modelle emergono come figure primordiali in tweed argenteo.

2. L’Espansione – La musica pulsa, i pianeti si accendono dall’interno, il ritmo cresce. I tessuti fluttuano, gli abiti si muovono in orbite incrociate.

3. Il Ritorno – Silenzio, una modella sola in bianco. Le sfere si spengono una dopo l’altra, finché resta solo un riflesso di luce sulla passerella.

È una coreografia cosmica che unisce tempo e spazio, luce e materia, come un film muto in movimento continuo.

Architettura effimera, potenza permanente

Nonostante la sua natura temporanea, questa scenografia ha lasciato un segno duraturo nel panorama del design esperienziale.

Molti critici hanno sottolineato come Chanel, dopo anni di “grandi effetti” sotto la direzione di Virginie Viard, abbia ritrovato una leggerezza strutturale e una profondità concettualerara.

Il Grand Palais, da spazio ormai quasi “consumato” dall’abitudine, si è riscoperto architettura viva, capace di assorbire e trasformare l’idea stessa di moda.

Oltre la moda, verso il mito

In un’epoca in cui la spettacolarità rischia di divorare il significato, Blazy ha scelto l’opposto: costruire un silenzio visivo, un’esperienza contemplativa che restituisce sacralità al gesto della visione.

Il pubblico, travolto dall’atmosfera ipnotica del planetario Chanel, ha reagito con lunghi applausi — non solo per gli abiti, ma per l’universo che li conteneva.

La sfilata si chiude così come era iniziata: con il buio, un ultimo respiro di luce e la consapevolezza che questa sera la moda è riuscita a superare se stessa — trasformandosi in un sogno ad occhi aperti.

Foto: Chanel – Getty


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