
Nel cuore dell’ex area fieristica di Mancasale, tra via Filangieri e via Aldo Moro, Max Mara Fashion Group aveva immaginato un nuovo polo logistico e creativo. Un investimento da oltre 100 milioni di euro che puntava a rafforzare la presenza dell’azienda nel territorio reggiano, affiancando alla storica sede di via Giulia Maramotti un secondo nucleo fortemente orientato all’innovazione architettonica, ambientale e produttiva.
Gli autori del progetto
L’incarico progettuale era stato affidato allo studio Barozzi Veiga di Barcellona, vincitore di un concorso internazionale che ha posto l’accento su qualità, identità e radicamento urbano. Il coordinamento urbanistico è stato guidato dall’architetto Piergiorgio Vitillo, in collaborazione con l’amministrazione comunale, a conferma del carattere pubblico-privato dell’iniziativa e del suo valore strategico per la città.

Fonte foto: Barozzi Veiga
La corte come principio generativo dello spazio
Elemento concettuale e fisico centrale del progetto era la reinterpretazione della tipologia classica della corte. Ispirandosi ai Chiostri di San Pietro, Barozzi Veiga ha concepito un impianto ad anello con porticati e atri interni, che racchiudeva un parco di 5.000 m². Questo spazio verde, aperto verso il cielo, fungeva da luogo di connessione visiva e funzionale tra i diversi ambiti del complesso. Il progetto proponeva infatti una corte che si espande verso l’alto, offrendo spazi di lavoro all’aperto e contribuendo alla regolazione climatica passiva. Gli edifici arretrati e le facciate porticate, con altezze contenute tra i 15 e i 18 metri, creavano un ambiente raccolto, in equilibrio tra intimità e permeabilità. Un sistema coerente con i valori di sobrietà e misura propri del brand, che trovava espressione anche nella scelta dei materiali e nella cura delle proporzioni architettoniche.

Fonte foto: Barozzi Veiga
Funzione e forma: un sistema spaziale articolato e coerente
Il masterplan prevedeva tre corpi principali: un headquarter direzionale di circa 15.000 m², destinato a uffici, showroom, spazi creativi, mensa e servizi, affiancato da due magazzini per un totale di 32.000 m². L’intero complesso, distribuito su più livelli con parcheggi interrati e superfici semi-interrate, era concepito per rispondere a esigenze di efficienza operativa, flessibilità e benessere lavorativo. Dal punto di vista ambientale, l’uso prevalente del legno, unito a sistemi geotermici e pannelli fotovoltaici, mirava a un’elevata autosufficienza energetica. Questo approccio si inseriva in una più ampia strategia di sostenibilità paesaggistica: oltre 2.000 alberi e arbusti formavano una fascia filtro vegetale, il 28% del suolo veniva deimpermeabilizzato e circa 25.000 m² di “stanze di paesaggio” permeabili contribuivano alla qualità ecologica e alla ritenzione idrica del sito.

Fonte foto: Barozzi Veiga
Infrastrutture e connessione con la città
A completare la visione, Max Mara si era impegnata a realizzare opere infrastrutturali per un valore compreso tra 1,7 e 1,8 milioni di euro. Tra queste, una nuova rotatoria su via Moro, piste ciclopedonali lungo via Majorana e via Raffaello, un potenziamento dell’illuminazione pubblica e un accesso pedonale verso il campus aziendale esistente. Tutti elementi pensati per rafforzare la connessione tra il nuovo polo e il tessuto urbano circostante. Più che un semplice insediamento aziendale, il progetto si configurava come un atto di rigenerazione urbana, capace di restituire valore e vitalità a un’area abbandonata da oltre quindici anni. Architettura, paesaggio e infrastrutture dialogavano per creare un ecosistema produttivo contemporaneo, profondamente inserito nel territorio.
Un progetto non realizzato, ma capace di lasciare il segno
Nonostante l’annunciato ritiro dell’investimento, il progetto del Polo della Moda resta una testimonianza concreta di come l’architettura possa farsi strumento strategico, capace di tradurre i valori di un’impresa in forma costruita e di attivare nuove relazioni con il contesto. Un esempio di design integrato e responsabile, che continua a rappresentare un riferimento importante per il futuro della progettazione urbana e ambientale. Anche nella sua mancata realizzazione, questo intervento lascia un’eredità concettuale forte: quella di un’architettura che non si limita a rispondere a esigenze funzionali, ma che aspira a generare significato, cultura e qualità condivisa.

Fonte foto: Barozzi Veiga





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